La cura in uno sguardo

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Mostra fotografica “La cura in uno sguardo”
Galleria piano nobile

Una galleria di 16 bellissimi sguardi

dove a parlare sono le espressioni degli occhi.

Cercarsi, incontrarsi, trasmettere sicurezza soltanto con gli occhi

 

Gli occhi sono l’unico veicolo, quando ogni altra parte del corpo è coperta da tute, mascherine, visiere che non consentono di comunicare se non, appunto, attraverso uno sguardo.

Proprio negli sguardi dei tanti infermieri, medici, operatori che si sono prodigati senza sosta nei mesi più duri dell’epidemia di Covid-19, è racchiusa l’essenza del “prendersi cura”.

Una sola inquadratura moltiplicata per i volti di tanti operatori sanitari … 16 bellissimi scatti, dove a parlare sono le espressioni degli occhi, più eloquenti di molte parole.

 

“Sono stati mesi molto difficili, che hanno segnato e cambiato le persone Ci siamo accorti di quanto fosse importante la nostra presenza per i malati, isolati e che non potevano parlare con nessuno … spesso sedati, intubati o con ventilatori meccanici – ricorda il Dr. Milesi – e da questo è nata la richiesta ai miei colleghi di guardare nell’obiettivo pensando ai pazienti di cui si prendevano cura”.

 

 “Mi chiamo Giuseppe Milesi e sono un Medico della UO Cardiologia degli Spedali Civili di Brescia, con la passione per la fotografia.

In questo particolare momento storico mi sono trovato improvvisamente catapultato in una nuova e difficile realtà: la cura dei pazienti cardiopatici affetti da COVID-19.

Inizialmente in Ospedale eravamo molto spaventati e scioccati da tutto quello che stava accadendo intorno a noi, dalle “storie” … tragiche e strazianti, ma a poco a poco tra tutti noi medici, infermieri, ausiliari si è creato qualcosa di speciale, un’unione forte che ha cancellato la paura dandoci tanta voglia di prendersi davvero cura dei pazienti, di aiutarli, di guarirli, e questo ha generato affetto, empatia, amicizia vera verso di loro.

E’ diventato come se curassimo i nostri fratelli, i nostri genitori, i nostri nonni.

 

Ed è stato solo allora che ho pensato di tirare fuori la mia fotocamera.

Vedendo i medici e gli infermieri in azione ho capito volevo raccontare la mia storia nel segno della speranza e dell’umanità.

Avevo letto in quei giorni la lettera scritta da un paziente sopravvissuto alla malattia, che raccontava come la forza per andare avanti gli venisse dagli sguardi degli operatori, medici e infermieri, che coperti da tute, mascherine ed occhiali lasciavano solo agli occhi la comunicazione dei più intimi sentimenti.

 

Per questo ho chiesto ai miei colleghi di guardare nel mio obiettivo e di pensare ai pazienti che stavano curando. Ho scattato dei close-up che con mio stupore non mostravano paura o disperazione, ma sguardi combattivi, fiduciosi, sguardi forti ed empatici nei confronti dei loro malati.

Mi hanno fatto ricordare che curare un paziente significa prima di tutto prendersene cura.”